Due chiacchiere con Eleonora Marton

A ottobre è uscito Andiamo a giocare! il nuovo libro di Eleonora Marton.

Approfittiamo dell’occasione per fare due chiacchiere con Eleonora!

Eleonora Marton

Ciao Eleonora, allora, partiamo dall’inizio: ci parli un po’ delle tue ispirazioni? Quali sono i libri della tua infanzia? E i giochi? Quali sono gli autori e gli illustratori che ami di più e che ti stimolano? Altre fonti di ispirazione?

Tra i libri che leggevo da piccola e che mi piacevano di più c’è ovviamente Gianni Rodari. Altri ricordi ancora molto vivi sono le storie e le illustrazioni dei Raccontastorie, i volumetti che compravi in edicola a metà degli anni ’80 che contenevano ognuno una decina di favole e filastrocche. Ad ogni uscita c’era la cassetta da ascoltare (le storie erano lette da famosi attori di cinema e teatro, per cui voci, suoni e musiche erano fantastiche) e ad accompagnarla c’era il fascicolo. Le immagini erano fatte da illustratori diversi, ed era proprio questa varietà di stili che trovavo stimolante. Mi ricordo di stare seduta sul tappeto in salotto con il mio mangiacassette mentre facevo l’aerosol, schiacciare fast-forward per ascoltare per prime le storie con le illustrazioni che mi piacevano di più, e girare le pagine ad ogni ‘ping’. Tra gli autori e illustratori di libri per bambini che amo ci sono Remy Charlip, Ruth Krauss e André François.

 

Hai studiato a Venezia, e ora lavori a Londra, come hanno influenzato il tuo lavoro queste città? 

Le mie illustrazioni nascono principalmente dalle esperienze quotidiane, da ciò che vedo o sento intorno a me, per esempio spesso inserisco nei miei disegni pezzi di conversazioni che mi capita di sentire in giro, quindi direi che sicuramente il posto in cui mi trovo va a influenzare in qualche modo il mio lavoro.

 

Eleonora Marton

 

Come e quando inizia il tuo processo creativo?

Spesso trovo ispirazione nelle situazioni più banali e insignificanti. Scenari e conversazioni di ogni giorno possono rivelare un aspetto ironico o poetico (o entrambi allo stesso tempo) che mi dà un’idea per un disegno o un intero progetto. Annoto queste idee e frasi e le lascio stare per un po’, poi ci ritorno, le riguardo, ci penso su un bel po’ prima cominciare a realizzarle. A volte mi piace darmi delle regole e limitazioni da seguire, che poi andranno a creare tutto il lavoro. Uso molto la ripetizione, di elementi uguali nel supporto che sto usando, ma anche direttamente come parte del processo.

 

Ricordiamo una tua mostra It feels like a new toothbrush, fatta nel 2013 a Berlino nel nostro spazio, composta da qualche centinaio di poster in bianco e nero. Tratti semplici e uno stile pulito ma dietro ogni poster c’era un concetto o una storia – a volte molto semplice e a volte più complessa. Insomma, guardando i tuoi lavori si ha l’impressione che il concetto rappresenti il centro dell’illustrazione. È corretto?

Direi che i miei disegni nascono sempre da un’idea di base, piuttosto che per esempio essere pura rappresentazione o decorazione. Solitamente vado a focalizzare la composizione su un dettaglio, invece di mostrare un scenario pieno di cose diverse. Nel rappresentare la figura umana, molte volte per esprimere un concetto o una sensazione mi può bastare inquadrare solo mani o gambe. Mi piace estrarre, rappresentare e ricontestualizzare immagini e utilizzare il testo per amplificare o confondere il significato. Mi interessa vedere come diversi elementi dialogano tra di loro, per esempio cosa succede se un elemento viene ripetuto molte volte, se lo accosto ad un altro, ad una frase, se lo trasporto in una situazione estranea, oppure che spazio occupa nel foglio, giocando con le sue dimensioni.  Quello che ne risulta sono dei frammenti narrativi, degli assaggi di una storia che può espandersi in direzioni diverse, quasi come vedere un singolo fotogramma di un film (con sottotitoli) del quale non conosciamo la trama.

 

Nei tuoi poster e nelle zine il lettering è quasi sempre presente, affiancando l’illustrazione o costruendola intorno a sé. La scelta a volte sembra quella di parole chiave su cui focalizzare l’attenzione, altre volte invece sono veri e propri messaggi, tra la poesia/filastrocca e lo spot pubblicitario. Che rapporto hanno disegni e parole?

Nel mio lavoro parole o frasi sono quasi sempre il punto di partenza. Mi piace giocare con questi pezzi di testo in modo associativo e aggiungerci qualcosa. Questo elemento aggiuntivo potrebbe essere un disegno o semplicemente il modo in cui le parole e le lettere operano formalmente all’interno di uno spazio specifico. Di solito cerco di lasciare un po’ di ambiguità per avere un secondo livello di narrazione.

 

E che ruolo ha l’ironia nelle tue illustrazioni e in generale nella sua produzione artistica?

Mi sono sempre piaciuti artisti e movimenti artistici che impiegano l’uso di humor e ironia nelle loro opere, per esempio Dada e Fluxus. In generale, cerco di non prendermi troppo sul serio, e credo sia importante per me divertirmi mentre creo. Usare l’ironia nei disegni mi aiuta anche a trasportare un’immagine in un’altra situazione, e se nel fare questo faccio sorridere qualcuno mi fa piacere 🙂

 

Ci sono momenti in cui hai l’impressione che l’illustrazione non sia il mezzo giusto per comunicare? Sappiamo che ti piace sperimentare e lavorare con materiali diversi, tessuti, timbri, eccetera. Hai voglia di dirci qualcosa in proposito?

Il mezzo che scelgo di usare è sempre subordinato al concetto iniziale, quindi quando sviluppo un progetto cerco di trovare il modo più efficace per esprimere questa idea, e questo approccio mi può portare a provare e sperimentare anche nuove tecniche.

Andiamo a giocare_RAUM Italic

E per finire parliamo del nuovo libro Andiamo a giocare! che parte dal paradosso della nave di Teseo. Ci spieghi un po’ meglio di cosa si tratta? 

Da quando mi sono imbattuta nel paradosso della nave di Teseo ho continuato in qualche modo a pensarci su e a voler fare qualcosa che partisse da quell’idea. Per la verità l’ho conosciuto attraverso un episodio della sitcom inglese ‘Only Fools and Horses’, dove Trigger (che è lo spazzino) riceve una medaglia dal comune per avergli risparmiato soldi, perché dice di aver usato la stessa scopa da 20 anni. La battuta è che negli anni la scopa ha acquisito 17 nuove spazzole e 14 nuovi manici. L’episodio deriva appunto dal più famoso e antico paradosso posto dai filosofi greci, che esprime la questione metafisica della persistenza dell’identità originaria di un qualcosa le cui parti cambiano nel tempo. Si può anche rivolgere alla nostra stessa persona, che negli anni cambia drasticamente in forma e sostanza. Da questo concetto ho pensato poi all’oggetto transizionale nell’infanzia: bambole, orsacchiotti o copertine, che eventualmente negli anni si logorano e perdono pezzi. In ‘Andiamo a Giocare!’, cerco di mostrare questo amore e attaccamento del/la protagonista verso il suo pupazzo preferito Pom. Ad ogni gioco e avventura il coniglietto di stoffa avrà un piccolo incidente: si sporca, perde il naso, poi la coda, cambia colore… L’aggiustare le parti perse o danneggiate fa parte del gioco, finché il pupazzo piano piano diventa un’altra cosa, subirà un cambiamento di forma sostanziale, ma Pom rimarrà sempre Pom.

 

Grazie mille Eleonora!

 

E se volete conoscere meglio il lavoro di Eleonora trovate molte informazioni in questo VIDEO girato in occasione del festival Paw Chew Go (©pawchewgo)